Katana
Mumei, den Kinju
Inizio Periodo Nanbokuchō (1333-1392), circa 1340
NBTHK Jūyō Tōken
Nagasa [lunghezza]: 70,3 cm
Sori [curvatura]: 1,8 cm
Motohaba [ampiezza alla base]: 3,1 cm
Sakihaba [ampiezza alla punta]: 3 cm
Sugata [configurazione]: Shinogi-zukuri, iori-mune, curvatura leggera con esteso o-kissaki.
Kitae [motivo della forgiatura]: itame con moku majiri, hada tachi; su omote, yori nagare con jinie
Hamon [linea di tempra]: ko-notare con ko-gunome, profondo nioi
Hataraki [attività]: sunagashi e kinsuji.
Boshi [punta]: midare–komi, hakikake, saki yakitsume
Horimono [incisioni] Koshibi [breve scanalatura] su entrambi i lati.
Nakago [codolo] o-suriage con tre fori e finale kiri; yasurime katte sagari.
Origami: La lama e’ accompagnata da un certificato della Societa’ per la Conservazione della Spada Artistica Giapponese (Nihon Bijutsu Token Hozon Kyokai) come “Spada importante” (Juyo Token), datato 8 dicembre 1982, sessione 29.
Shirasaya con sayagaki di Tanobe sensei: “Oggetto designato come Spada Importante / Mino no kuni Kinju / Naginata-naoshi e non firmato, il periodo è Nanbokucho. A prima vista, lo stile è quello di Shizu, ma nel complesso è piuttosto sobrio. La lavorazione mostra le caratteristiche speciali per cui Kinju è famoso. Si tratta di un’opera eccezionalmente raffinata di questo fabbro, da tenere in grande considerazione. Il filo della lama è di 2 Shaku, 3 bun e 2 bu. Dicembre 2003, scritto da Tanzan.”
Imponente lama con una jihada molto appariscente che rimanda al gusto Yamato: una trama di piccolo mokume alternato a masame, con una prevalenza di quest’ultimo nello shinogi–ji. L’acciaio è scuro ed è percorso da bei chikei che si integrano con un hamon stretto, sinuoso e armonioso, segnato in modo marcato da ben definiti kinsuji e sunagashi, tipici del lavoro di Kinju. In alcuni tratti, queste formazioni rettilinee rompono il gunome–midare dello hamon dando luogo a hotsure del tipico stile Yamato.
Kinju fu uno dei dieci eccellenti discepoli di Masamune; collocabile nell’ultima parte del periodo Kamakura (1185–1333), era originario di Echizen Tsuruga – il suo nome buddista era Tsuami – ed era noto anche come Kaneshige. Dopo il perfezionamento presso Masamune, si trasferì a Seki dove continuò a fabbricare lame assieme a Shizu Saburo Kaneuji, soppiantando completamente la tradizione locale e creando quindi la scuola Mino per come oggi la conosciamo. Kinju e Shizu furono attivi solo nel primo periodo della scuola Mino (tardo Kamakura – primo Nambokucho) quando essa era ancora in via di formazione, ed è proprio dalla mescolanza di suggestioni derivanti da stili quali lo Yamato e il Soshu che, con un progressivo affinamento e un lento sviluppo, presero forma i canoni dell’ultima delle cinque scuole antiche. La popolarità della scuola Mino durante il tardo Muromachi si estese anche negli anni successivi, dal momento che spadai originari di quella provincia andarono diffondendosi per tutto il nuovo stato e le loro opere diventarono uno degli ingredienti principali nella costituzione dello stile del periodo shinto. Così, sebbene il suo lavoro sia arduo da trovare, è innegabile che Kinju abbia occupato un posto importante nella storia della spada giapponese.
Leggendo il sayagaki, la lama è stata definita da Tanobe sensei come “naginata naoshi”, anche se quando ottenne la designazione di Juyo Token, la NBTHK la classificò come “katana”. La forma di questa lama, con la predominanza di un imponente kissaki, è abbastanza tipica durante il periodo Nambokucho, che vide aspre lotte interne e fu contrassegnato da un clima di virile ostentazione sia nell’ambito della contrapposizione delle corti del Nord e del Sud, sia nell’attesa di una temuta terza invasione mongola. In questi anni le lame sono state le più lunghe di tutti i tempi, con un kissaki estremamente pronunciato, così da poter essere riparate laddove venissero danneggiate in battaglia. E’ significativo come Tanobe abbia scritto che, fra le opere di Kinju, questa sia di eccezionale qualità (Chin Chin Cho Cho) raddoppiando la formula Chin Cho (“oggetto di grande rarità e valore”) per enfatizzarne l’importanza.
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(Inv. #2088)